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Innanzi tutto si deve calcolare l’attenuazione massima dell’impianto (dovuta al cavo, ai partitori e ai derivatori), ovvero la perdita di segnale che ho tra l’uscita dell’amplificatore e la presa più sfavorita. Sommando al segnale che voglio garantire in presa (dBμV) l’attenuazione massima prevista per la rete di distribuzione (dB) ottengo il livello di segnale che l’amplificatore mi dovrebbe garantire (dBμV). L’amplificatore chiaramente non genera il segnale ma incrementa quanto ricevuto in ingresso (dBμV) di un valore pari al proprio guadagno (dB). I parametri da valutare sono quindi: 1) Le perdite di distribuzione che spesso sono associate per semplicità al numero di prese ma che in realtà sono dipendenti dalle distanze e dall’architettura stessa dell’impianto (stella, cascata o mista). 2) Il livello di uscita che misura la potenza massima del segnale che l’amplificatore può erogare. In genere più è alto questo parametro più l’amplificatore costa e consuma in termini di corrente assorbita. Gli amplificatori con elevati livelli di uscita in genere sono autoalimentati appunto per il loro elevato assorbimento. 3) Il guadagno che misura di quanto l’amplificatore può incrementare il segnale in ingresso; se il segnale in uscita superasse quanto dichiarato come livello di uscita, tale segnale avrebbe un notevole peggioramento di qualità a causa di fenomeni di intermodulazione e distorsione. Dunque ho due scelte: cercare un amplificatore con maggiore potenza (se necessaria) o abbassare il livello in ingresso. Per questo motivo in genere gli amplificatori sono dotati di potenziometri o attenuatori. In conclusione, fatti i rilievi del caso sul segnale in antenna e sulle perdite di distribuzione, dovrò scegliere il prodotto con i valori di livello di uscita e di guadagno che soddisfino il caso specifico. Un ultimo consiglio è quello di non acquistare amplificatori ad alto guadagno se non necessario, confidando sulla presenza di attenuatori; l’attenuatore infatti agisce sul segnale in ingresso e dunque andrebbe utilizzato solamente per piccole ottimizzazioni: attenuare oltre i 10 dB un segnale prima di amplificarlo è una assurdità, potendo inserire un amplificatore a più basso guadagno, in quanto vado a peggiorare inutilmente il rapporto S/N del sistema. OSSERVAZIONE: i valori dichiarati come livello di uscita fanno riferimento a standard che prevedevano l’utilizzo di 2 o 3 toni di riferimento. Il valore espresso va quindi diminuito se i canali in banda aumentano. Esiste una formula semplificata molto usata nel sistema analogico che prevede di diminuire il valore così misurato di 3 dB ad ogni raddoppio di canali.

Talvolta, in alcune zone particolarmente problematiche (e.g. nelle località marittime), può capitare che si verifichino significative oscillazioni del segnale ricevuto in antenna, che possono portare a malfunzionamenti dell’impianto in determinate fasce orarie. Infatti durante la giornata, l’indice di rifrazione relativo n della troposfera è soggetto a cambiamenti in base alla variazione di temperatura, pressione e contenuto di vapore acqueo. Ciò si può ripercuotere quindi in fenomeni di instabilità del segnale dovuti alla propagazione delle onde nello spazio libero e all’influenza della superficie marina.
Per risolvere tali problematiche è possibile utilizzare degli amplificatori con il controllo automatico di guadagno. La scelta della tipologia di amplificatore verrà fatta durante le misurazioni della situazione più critica. Bisogna scegliere il modello giusto quando la potenza del segnale in ricezione è più basso possibile durante l’arco delle 24 ore. Quando il segnale in antenna comincierà ad incrementare entrerà in funzione l’AGC che abbasserà in modo automatico il livello di guadagno dell’amplificatore.

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